La Sindrome dell’intestino irritabile: un disturbo molto frequente
La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è un disturbo che coinvolge dal 10 al 25% della popolazione, prevalentemente femminile, e colpisce nel 50% dei casi persone sotto i 35 anni di età.
Quali sintomi lo caratterizzano? Dolore addominale, alvo diarroico o stitico (o la manifestazione di entrambi), distensione addominale e meteorismo.
I meccanismi fisiopatologici alla base dell’IBS sono legati all’alterazione della motilità intestinale, ad una iper-sensibilità al dolore viscerale e ad alterazioni del microbiota (i microrganismi che risiedono nell’intestino). I sintomi possono peggiorare in situazioni in cui lo stress aumenta (es. aumento del carico di lavoro, problemi familiari, esami ecc.) o in presenza di un disturbo psicologico come ansia o depressione.
La gestione quindi dell’IBS consiste principalmente:
- in un supporto psicologico teso ad un miglioramento della gestione dello stress quotidiano e ai disturbi ansiosi e/o depressivi
- nell’utilizzo di specifici integratori e probiotici per ripristinare il benessere intestinale
- nell’adozione di misure dietetiche mirate: dieta a basso contenuto di FODMAP
Con il termine FODMAP si indicano dei carboidrati di piccole dimensioni che richiamano molta acqua nel piccolo intestino e sono poi rapidamente fermentati dai batteri nel colon generando molta produzione di gas che provoca sensazione di dolore e discomfort nei pazienti con IBS (gonfiore, distensione, flatulenza, dolore addominale, diarrea/stipsi).
Quali sono questi FODMAP?
- Lattosio (contenuto in latte e latticini);
- Glutine (contenuto in cereali come frumento, orzo, avena, farro e segale);
- Fruttosio (contenuto in miele, alcuni frutti e alcune verdure e alimenti confezionati in forma di sciroppo di fruttosio)
- Fruttani (contenuto in frumento, farro, orzo, segale e farine annesse, aglio e cipolla).
- Polioli (sono sorbitolo, mannitolo, xilitolo e maltitolo contenuti in alcuni frutti e alcune verdure e vengono anche addizionati a cibi industriali)
Una dieta priva di questi alimenti può migliorare la sintomatologia e la qualità della vita dei pazienti affetti da IBS che troveranno beneficio fin da subito. La dieta di esclusione però non va protratta per più di 4-6 settimane. Dopo questo tempo, il paziente deve necessariamente introdurre nuovamente alcuni degli alimenti esclusi con un metodo ben preciso (da concordare con il proprio nutrizionista) per non compromettere il benessere intestinale.
Quindi una variazione dello stile di vita, delle abitudini alimentari e un miglioramento della gestione dello stress possono essere la chiave per migliorare la qualità della vita di tutti coloro che soffrono di questa problematica.





