22 aprile 2026

Pre-Diabete: di cosa si tratta e come intervenire

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22 aprile 2026

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Il diabete mellito è una malattia nella quale si riscontrano livelli elevati di zucchero (glucosio) nel sangue in conseguenza del fatto che l’organismo non risponde più al rilascio da parte del pancreas dell’ormone insulina.

Le forme più frequenti di diabete mellito sono il diabete di tipo 1 e il diabete di tipo 2. Circa il 90% della popolazione diabetica è affetto da diabete di tipo 2 ed è correlato al sovrappeso e all'obesità di bambini, adolescenti e adulti.

Il diabete di tipo 1 è una malattia autoimmune caratterizzata dalla distruzione delle cellule del pancreas e da un deficit assoluto di insulina. È una condizione di non ritorno che si manifesta in soggetti geneticamente predisposti. In questi casi la terapia insulinica è salva-vita ed è l’unica cura possibile.

Il diabete di tipo 2 è invece una malattia su cui si può tempestivamente intervenire prima che diventi tale. Esiste infatti una condizione di pre-diabete in cui i livelli di glucosio nel sangue sono troppo elevati per essere considerati nella norma ma non tanto da essere classificati come diabete. Si parla di pre-diabete quando il livello di glucosio nel sangue a digiuno è compreso tra 100 mg/dl (5,6 mmol/l) e 125 mg/dl (6,9 mmol/l) oppure se il livello di glucosio nel sangue 2 ore dopo un test di tolleranza al glucosio è compreso tra 140 mg/dl (7,8 mmol/l) e 199 mg/dl (11,0 mmol/l.

Intervenire in modo tempestivo nella fase di pre-diabete con una perdita di peso del 5-10% attraverso una strategia dietetica e con l’attività fisica consente di ridurre in modo significativo il rischio di sviluppare il diabete di tipo 2.

L’intervento nutrizionale va personalizzato sulle esigenze del paziente e dovrebbe:

  • Garantire ad ogni pasto un corretto bilanciamento fra carboidrati, proteine, grassi e fibre
  • Prevedere un consumo moderato di frutta <150-200 gr/die (preferendo frutti a basso contenuto di fruttosio) e un buon consumo di verdure ai pasti principali
  • Introdurre senza paura i grassi buoni dell’alimentazione: olio extra vergine, frutta secca, avocado, uova
  • Prevedere un buon apporto proteico giornaliero (almeno 1,2-1,5 gr /Kg di peso corporeo) e una riduzione dell’introito glicidico giornaliero (< 40% delle calorie giornaliere totali)

Inoltre iniziare il pasto a ritroso con una porzione di verdura (preferendo quelle crude e quelle amare per consentire una corretta funzionalità epato-biliare), a seguire consumare la porzione di proteine ed infine quella dei carboidrati è un’ottima strategia per regolare i livelli di glicemia del pasto.

 

Il diabete di tipo 2, un tempo raro fra bambini e adolescenti, è diventato più comune e curare fin da subito l’alimentazione dei più piccoli risulta essenziale per evitare lo sviluppo di sovrappeso e obesità e quindi predisporre il corpo allo sviluppo del diabete di tipo 2. 

22 aprile 2026
Le malattie cardiovascolari costituiscono ancora oggi in Italia uno dei più importanti problemi di salute pubblica essendo tra le principali cause di invalidità e di mortalità . Rientrano in questo gruppo le più frequenti patologie di origine aterosclerotica, in particolare: le malattie ischemiche del cuore (infarto acuto del miocardio e angina pectoris) e le malattie cerebrovascolari (ictus ischemico ed emorragico). Chi sopravvive a una forma acuta diventa un malato cronico con notevoli ripercussioni sulla qualità della vita e sui costi economici e sociali che la società deve affrontare. L’ ipercolesterolemia è considerata come uno dei principali fattori di rischio delle malattie cardiovascolari. Ma è davvero così? Il colesterolo è presente in tutti i tessuti: nel cervello, nella bile e nel sangue. È un precursore di molti ormoni ed è utile per la formazione di sali biliari. L’80% viene prodotto dal fegato e solo il 20% proviene dalla dieta. Non risulta però utile escludere drasticamente i grassi dalla dieta per ridurre l’ipercolesterolemia . L’eliminazione dell’eccesso di colesterolo avverrà con uno stimolo epato-bilare e con la scelta di alimenti specifici. Saranno utili alimenti come i legumi, il pesce, l’orzo, l’avena, la frutta secca, la mela verde, i frutti di bosco, le fragole e il kiwi. Le uova possono essere consumate senza limitazioni . La carne sarà meglio privilegiare quella bianca o con poco grasso. Andranno bene tutte le verdure da consumare a pranzo e cena. Anche il peperoncino sarà molto utile come ipocolesterolemizzante. Per stimolare il fegato a eliminare l’eccesso di colesterolo sarà utile scegliere come modalità di cottura il metodo ripassato, trifolato o soffritto in olio extravergine di oliva. Introdurre queste abitudini alimentari per abbassare i livelli di colesterolo è molto importante ma se il paziente ha uno stile di vita non adeguato non elimino il rischio cardiovascolare: fumo, ipertensione, diabete, obesità, sedentarietà e dieta povera di frutta e verdura sono tutti fattori di rischio. Le strategie di intervento, più che focalizzarsi sulla riduzione del colesterolo totale, dovranno promuovere: il miglioramento dell’alimentazione quotidiana la riduzione del peso corporeo e dell’apporto calorico totale l’incremento dell’ attività fisica per aumentare i livelli di colesterolo buono (HDL) e il miglioramento del metabolismo glicidico con la riduzione dei livelli di glicemia, insulinemia, e di emoglobina glicata. Quindi abbassare i livelli di colesterolo è importante ma per comprendere il vero rischio cardiovascolare va fatta da parte degli specialisti della salute un’attenta e accurata valutazione globale del paziente.
Sindrome intestino irritabile
22 aprile 2026
La sindrome dell’intestino irritabile (IBS) è un disturbo ch e coinvolge dal 10 al 25% della popolazione, prevalentemente femminile, e colpisce nel 50% dei casi persone sotto i 35 anni di età. Quali sintomi lo caratterizzano? Dolore addominale, alvo diarroico o stitico (o la manifestazione di entrambi), distensione addominale e meteorismo. I meccanismi fisiopatologici alla base dell’IBS sono legati all’ alterazione della motilità intestinale , ad una iper-sensibilità al dolore viscerale e ad alterazioni del microbiota (i microrganismi che risiedono nell’intestino). I sintomi possono peggiorare in situazioni in cui lo stress aumenta (es. aumento del carico di lavoro, problemi familiari, esami ecc.) o in presenza di un disturbo psicologico come ansia o depressione. La gestione quindi dell’IBS consiste principalmente: in un supporto psicologico teso ad un miglioramento della gestione dello stress quotidiano e ai disturbi ansiosi e/o depressivi nell’utilizzo di specifici integratori e probiotici per ripristinare il benessere intestinale nell’adozione di misure dietetiche mirate: dieta a basso contenuto di FODMAP Con il termine FODMAP si indicano dei carboidrati di piccole dimensioni che richiamano molta acqua nel piccolo intestino e sono poi rapidamente fermentati dai batteri nel colon generando molta produzione di gas che provoca sensazione di dolore e discomfort nei pazienti con IBS (gonfiore, distensione, flatulenza, dolore addominale, diarrea/stipsi). Quali sono questi FODMAP? Lattosio (contenuto in latte e latticini); Glutine (contenuto in cereali come frumento, orzo, avena, farro e segale); Fruttosio (contenuto in miele, alcuni frutti e alcune verdure e alimenti confezionati in forma di sciroppo di fruttosio) Fruttani (contenuto in frumento, farro, orzo, segale e farine annesse, aglio e cipolla). Polioli (sono sorbitolo, mannitolo, xilitolo e maltitolo contenuti in alcuni frutti e alcune verdure e vengono anche addizionati a cibi industriali)  Una dieta priva di questi alimenti può migliorare la sintomatologia e la qualità della vita dei pazienti affetti da IBS che troveranno beneficio fin da subito. La dieta di esclusione però non va protratta per più di 4-6 settimane. Dopo questo tempo, il paziente deve necessariamente introdurre nuovamente alcuni degli alimenti esclusi con un metodo ben preciso (da concordare con il proprio nutrizionista) per non compromettere il benessere intestinale. Quindi una variazione dello stile di vita, delle abitudini alimentari e un miglioramento della gestione dello stress possono essere la chiave per migliorare la qualità della vita di tutti coloro che soffrono di questa problematica.
Digiuno intermittente
22 aprile 2026
È davvero necessario fare 3 pasti al giorno e 2 spuntini per perdere peso e mantenersi in salute? Dalle più antiche testimonianze storiche dell'antica Grecia traspare la profonda convinzione nell'efficacia del digiuno . L'astensione regolare dal cibo è il rimedio terapeutico più antico e diffuso al mondo e lo si pratica quasi in ogni cultura e religione sulla terra. Il digiuno è una tradizione millenaria che ha superato la prova del tempo arrivando fino ai giorni nostri. In chiave moderna il digiuno controllato , ovvero il digiuno intermittente , fa riferimento a periodi normali di nutrizione che vengono regolarmente intervallati da periodi di astensione dal cibo. La durata di ciascuna delle 2 fasi è variabile ed esistono diversi protocolli di digiuno intermittente che si possono applicare. Per esempio esiste il protocollo giornaliero 16/8: la fase di digiuno dura 16 ore e la fase di alimentazione è prevista nelle altre 8 ore; oppure si può applicare lo schema settimanale 5/2: nell’arco della settimana si mangia normalmente per 5 giorni e nelle altre 2 giornate si applica il digiuno totale. I 2 giorni di digiuno non devono essere necessariamente consecutivi, possono essere separati a seconda delle esigenze. Non esiste un protocollo di digiuno intermittente migliore di un altro. Il protocollo migliore è sempre quello che il paziente riesce ad applicare nei suoi ritmi di vita scegliendolo con il suo nutrizionista di riferimento il cui compito è quello di bilanciare in modo corretto la fase di nutrizione e la fase di digiuno. Seguire un’alimentazione sana durante la fase di nutrizione è fondamentale: ● Consumare, preferibilmente, cibi integrali (es. pasta, pane, cereali in chicco); ● Limitare il consumo di zuccheri semplici e di cereali raffinati; ● Aumentare il consumo dei grassi “buoni” (es. olio EVO, frutta secca, avocado) ● Ridurre il consumo dei grassi artificiali contenuti principalmente negli alimenti confezionati; I benefici del digiuno dimostrati sono molteplici ● Favorisce la salute cardiaca; ● Favorisce processi utili alla longevità; ● Favorisce la riduzione dei livelli ematici di colesterolo; ● Favorisce la perdita di grasso e non causa perdita di massa muscolare; ● Migliora la sensibilità delle cellule all’insulina riducendo il rischio di ammalarsi di diabete di tipo II Dunque, possiamo affermare con sicurezza che mangiare di meno e/o mangiare più raramente, apporta benefici alla salute e può giocare un ruolo anche importante per quanto riguarda la prevenzione di molte patologie. Chi decide di seguire il digiuno è però sempre bene che lo faccia con un’adeguata supervisione e non applichi da solo una forte restrizione energetica senza essere aiutato da un professionista.